Un imprenditore vicino alla giunta militare del Myanmar emerge tra i protagonisti del nuovo premio per la pace della Fifa, sollevando pesanti dubbi sulla credibilità dell’iniziativa. L’articolo del Guardian denuncia che dietro al nuovo “FIFA Peace Prize – Football Unites the World” c’è anche la figura di un imprenditore vicino alla giunta militare del Myanmar o Birmania, chiamato a svolgere un ruolo chiave nella definizione e promozione del premio. La notizia solleva interrogativi sulla credibilità di un riconoscimento che dovrebbe celebrare azioni straordinarie a favore della pace, in un momento in cui il Myanmar è accusato di gravi violazioni dei diritti umani.
Il nuovo premio per la pace della Fifa
La Fifa ha annunciato a novembre l’istituzione del “FIFA Peace Prize – Football Unites the World”, un premio annuale destinato a persone che, attraverso il calcio, si siano distinte per impegno nella costruzione della pace e nel superamento dei conflitti. Il primo riconoscimento sarà consegnato dal presidente Gianni Infantino il 5 dicembre 2025, in occasione del sorteggio dei gironi dei Mondiali 2026 a Washington.
Secondo la comunicazione ufficiale, il premio nasce per valorizzare chi usa il calcio come strumento di dialogo, inclusione e speranza in un mondo segnato da tensioni e divisioni. L’iniziativa si inserisce nella strategia “Football Unites the World”, con cui la Fifa punta a rafforzare la propria immagine come attore globale impegnato su temi sociali oltre che sportivi.
Il ruolo dell’uomo vicino alla giunta birmana
L’inchiesta del Guardian rivela però che, nella rete di relazioni che hanno contribuito alla nascita e alla promozione del premio, figura un imprenditore e dirigente sportivo legato alla giunta militare del Myanmar. Questo soggetto sarebbe stato coinvolto in attività di lobbying e di supporto organizzativo connesse al premio, venendo di fatto accreditato come interlocutore di peso nel progetto.
Il Myanmar è governato da una giunta militare accusata da Nazioni Unite e organizzazioni per i diritti umani di repressione brutale dell’opposizione, arresti di massa e violenza diffusa contro civili e minoranze. Il coinvolgimento di un “crony” del regime – un oligarca o uomo d’affari percepito come vicino al potere militare – entra così in rotta di collisione con la natura stessa di un premio che dovrebbe rappresentare pace, riconciliazione e rispetto dei diritti fondamentali.
Trasparenza e reputazione della Fifa sotto esame
La vicenda riapre il tema della trasparenza nei processi decisionali della Fifa, già criticata in passato per le sue relazioni con governi autoritari e interessi economici opachi. La presenza di una figura collegata a un regime sanzionato in un progetto simbolicamente così delicato rischia di minare la credibilità del premio e, per estensione, dei messaggi di pace veicolati dall’organizzazione.
Organizzazioni per i diritti umani e osservatori del mondo sportivo sottolineano come queste scelte possano trasformare strumenti di soft power come i premi e le campagne sociali in operazioni di “sportswashing”, utili a ripulire l’immagine di regimi contestati invece che a promuovere autentici percorsi di pace. La pressione sull’organo di governo del calcio internazionale è destinata ad aumentare, con richieste di chiarimenti sulla selezione dei partner, sui criteri di governance del premio e sulle misure per evitare ingerenze politiche.
In questo contesto, il “FIFA Peace Prize” rischia di nascere già sotto ombra, tra retorica ufficiale e contraddizioni di una rete di potere che attraversa sport, affari e geopolitica.


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