Nairobi, Kenya – Il quartiere di Gikomba, sede del più grande mercato di abiti di seconda mano (mitumba in Swahili) dell’Africa orientale, è stato il palcoscenico di una sfilata di moda senza precedenti, pensata per denunciare il problema del dumping tessile occidentale. Ogni anno, il Kenya importa oltre 185.000 tonnellate di abiti usati, ma si stima che fino al 40% di questi indumenti siano invendibili e finiscano nelle discariche o soffochino il fiume Nairobi, creando una vera e propria “montagna di rifiuti travestita da carità”. L’evento è il fulcro di un documentario intitolato Wasteland, realizzato dai registi Antony Njoroge e Sally Ngoiri. Il film non si limita a mostrare il problema, ma celebra i designer locali che stanno trovando soluzioni creative attraverso l’upcycling e la riproposizione dei capi, trasformando di fatto la spazzatura in moda (“turning trash into fashion”). L’obiettivo finale del progetto è quello di sensibilizzare le autorità, che hanno partecipato alla sfilata nel cuore del mercato, sulla necessità urgente di regolamentare la qualità e la quantità degli abiti usati importati nel paese.
Il problema ambientale in Kenya è esacerbato dal fatto che gran parte del cosiddetto “eccesso di beneficenza” spedito dall’Occidente non è riciclabile o riutilizzabile, spesso a causa della cattiva qualità dei materiali derivanti dalla fast fashion. Questi capi, composti prevalentemente da fibre sintetiche, richiedono centinaia di anni per decomporsi, contribuendo in modo significativo all’inquinamento delle acque e del suolo nelle discariche come quella di Dandora, vicino a Nairobi, e intasando i corsi d’acqua come il fiume Nairobi, che funge da condotto di scolo per i rifiuti tessili. La stima che il 40% delle balle di mitumba (pacchi pressati di vestiti usati) sia inutilizzabile si traduce in decine di migliaia di tonnellate di rifiuti che superano la capacità di gestione dei sistemi urbani kenioti, imponendo un onere economico ed ecologico insostenibile sulle comunità locali.
L’approccio del documentario Wasteland non è solo una denuncia, ma una dimostrazione pratica di economia circolare a livello di base. Il concetto di upcycling, o riutilizzo creativo, si è dimostrato un meccanismo vitale per la creazione di valore in un contesto di eccesso di offerta. Stilisti e imprenditori locali, come Luca Wakarindi, riescono a selezionare i pochi capi di qualità all’interno delle balle e a modificarli creativamente, vendendoli o utilizzandoli in produzioni artistiche per l’industria musicale e cinematografica locale. Incoraggiare questa creatività e artigianalità non solo riduce la quantità di rifiuti destinati alle discariche, ma genera anche posti di lavoro e spinge per nuove norme che impongano standard di qualità più rigorosi sui capi destinati all’esportazione verso l’Africa, sfidando la logica del danno nascosto della filantropia del fast fashion.


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