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In Amazzonia l’AI prende il posto dei dottori

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Redazione

Published on

12 giugno 2025

in

Americhe

Un esperimento rivoluzionario nell’Amazzonia più remota usa l’intelligenza artificiale per portare farmaci a chi non ha medici. Ma tra entusiasmo e polemiche, il futuro della sanità potrebbe cambiare per sempre. Qui, tra fiumi che scorrono lenti e comunità indigene dimenticate dai grandi centri urbani, l’intelligenza artificiale ha iniziato a fare qualcosa di impensabile fino a pochi anni fa: prescrivere farmaci senza che un medico metta mai piede nel villaggio.

Il sistema, sviluppato da un consorzio di startup locali con il supporto di autorità sanitarie, funziona attraverso una piattaforma accessibile anche con i cellulari più basici. I pazienti descrivono i propri sintomi a un chatbot che, incrociando i dati con migliaia di casi clinici precedenti, è in grado di suggerire terapie per disturbi comuni. Quando l’algoritmo determina che la situazione rientra in parametri di sicurezza, genera una prescrizione digitale accettata nelle farmacie partner. In alcuni casi estremi, i medicinali arrivano persino via drone, planando tra gli alberi secolari come moderni uccelli messaggeri. I numeri raccontano una necessità disperata. Nell’intera regione amazzonica brasiliana si contano appena 0,2 medici ogni mille abitanti, un decimo della media nazionale. Per 28 milioni di persone, la visita più banale richiede viaggi estenuanti: due giorni in barca per raggiungere il centro urbano più vicino, altri due per tornare, con costi che superano spesso il trattamento stesso. “Prima dovevo scegliere tra mangiare o curare la febbre di mio figlio”, racconta Raimundo, pescatore di 54 anni del villaggio di Tefé, ora tra i primi beneficiari del progetto. Ma ogni innovazione porta con sé ombre da scrutare con attenzione. La comunità medica brasiliana è divisa: c’è chi vede nell’AI l’unica speranza per colmare secoli di abbandono, e chi teme una deriva pericolosa. “Nessun algoritmo può sostituire l’occhio clinico”, avverte la dottoressa Ana Beatriz Silva dell’Università di Manaus. “Quello che oggi è un’infezione urinaria semplice, domani potrebbe essere un caso complesso che l’AI non coglie”. Le critiche puntano il dito anche sulla privacy dei dati sanitari e sul rischio di medicalizzazione eccessiva in una regione dove già si abusa di antibiotici.  Se i risultati saranno positivi, il modello potrebbe espandersi ad altre 150 aree marginali entro il 2026. 

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Brasile, Intelligenza artificiale, Medicina

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