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Contenuti estremi, vite spezzate: Meta nel mirino in Ghana

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Redazione

Published on

9 Maggio 2025

in

Africa

Meta si trova di nuovo sotto accusa per le condizioni di lavoro imposte ai moderatori di contenuti impiegati in outsourcing. Dopo il caso esploso in Kenya nel 2023, ora è il turno del Ghana, dove circa 150 lavoratori impiegati dal contractor Majorel – controllato da Teleperformance – denunciano gravi danni psicologici causati dall’esposizione quotidiana a contenuti violenti e traumatici. Un’indagine congiunta del Guardian e del Bureau of Investigative Journalism rivela un ambiente lavorativo tossico all’interno della sede di Accra: video di esecuzioni, torture, abusi su minori. Contenuti che i moderatori sono tenuti a esaminare per garantire che non superino le maglie dell’algoritmo e delle linee guida delle piattaforme di proprietà di Meta.
Secondo le testimonianze raccolte, i lavoratori hanno sviluppato depressione, disturbi d’ansia, insonnia cronica, fino a casi documentati di tentativi di suicidio. Uno di loro, dopo aver chiesto aiuto per la propria condizione mentale, si è visto recapitare la lettera di licenziamento.
Le cause legali – due, in fase di preparazione – sono promosse dall’ONG britannica Foxglove in collaborazione con lo studio legale ghanese Agency Seven Seven. Il primo ricorso punta a stabilire la responsabilità per danni psicologici da parte di Majorel e, indirettamente, di Meta. Il secondo riguarda il licenziamento irregolare del lavoratore che aveva manifestato ideazioni suicide.

Secondo i contratti visionati dal Guardian, la retribuzione base per un moderatore a tempo pieno è di circa 1.300 cedi ghanesi al mese, pari a poco più di 64 sterline. A questo si sommano bonus legati alla produttività, ma le soglie sono difficilmente raggiungibili, e le penalità per chi non mantiene gli standard sono frequenti. Il compenso finale, anche nei casi più favorevoli, resta al di sotto del costo della vita stimato ad Accra.

Majorel e Teleperformance respingono le accuse, sostenendo di offrire stipendi dieci volte superiori al minimo salariale del paese, alloggi sicuri in quartieri esclusivi e assistenza psicologica garantita da professionisti accreditati. Ma le dichiarazioni dei lavoratori raccontano un’altra realtà: supporto psicologico inconsistente, sorveglianza invasiva anche durante le pause, riservatezza violata.

“Ti dicono che non lavori per Meta, ma usi le sue piattaforme, i suoi sistemi, le sue policy ogni giorno”, spiega un moderatore sotto anonimato. “Ci trattano come macchine da disinnescare quando si rompono”. Nel 2023, oltre 140 moderatori assunti da Samasource in Kenya avevano intentato una causa contro Meta per i traumi subiti nello svolgimento dello stesso tipo di attività. La vicenda aveva attirato l’attenzione globale, portando a una mobilitazione internazionale sui diritti di chi lavora nei margini del web.

Ora il Ghana rischia di diventare un nuovo banco di prova. Carla Olympio, avvocata dello studio Seven Seven, punta a far riconoscere nei tribunali locali il danno psicologico come infortunio professionale. “È un vuoto normativo che va colmato. Le leggi sul lavoro non riflettono ancora la realtà della gig economy digitale”.

Meta, interpellata dai media, ha ribadito che i contractor sono tenuti a garantire standard retributivi superiori alla media locale e a fornire supporto psicologico adeguato. Ma l’opacità del modello a cascata – con subappalti a più livelli – continua a ostacolare la trasparenza e la responsabilità.

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Ghana, Meta, Moderatori, Social media

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